Da quando i figli se ne sono andati, vivo in una piccola casa con una grande terrazza, per metà ricoperta di prato per metà di fioriere. Sia nella terra piena dove c'è l’erba, sia nei vasi, le piante che riescono a resistere allo smog e all’inverno crescono nella più totale anarchia, ricompensandomi con un colpo d’occhio di straordinaria bellezza della libertà che concedo loro, non per pigrizia ma perché non mi piace allineare la natura, organizzarla seguendo i criteri con cui si fa ordine negli armadi, nelle scarpiere e sulla scrivania.
Il signore indiscusso della terrazza è Gino che ci passa le ore, usando come amache le strisce che il sole disegna sulle larghe piastrelle di pietruzze. La Signora Luisa, invece, non ci va mai senza di me: credo che abbia fatto voto di non mollarmi mai, neanche per un secondo, quando sono in casa. In questa terrazza di città piena zeppa di vegetazione anarchica e lussureggiante bazzicano due grossi merli neri col loro bravo becco arancione.
“Cìcìocì-cop-cop-cìo!!!!” (siamo qua!!!), mi annunciano al mattino (verso le sette).
Io prendo allora la grossa scatola di Rice-ciuffy – riso soffiato e tostato con 8 vitamine e ferro – ed esco, lasciando Gino e la Signora Luisa chiusi dentro, con i nasi incollati alla porta di vetro e le zampe frementi per la smania di venirmi dietro – lui per assassinare i merli, lei perché se sono distante più di mezzo metro sprofonda in un baratro di infelicità.
“Cìo-cìo” (era ora), si spazientiscono i merli, e poi:
“CiOOO?????” (hai qualcosa per noi?)
Io mi muovo pianissimo verso di loro, che mi aspettano sui rami più alti del pino di natale, era poco più che un rametto quando l’ho comprato per diecimila lire e ora è un albero possente. Mi muovo piano perché qualsiasi gesto rapido o, peggio, brusco li terrorizza, nonostante abbiano imparato a fidarsi (quasi) di me.
Sempre agendo al rallentatore getto a terra una manciata della leccornia e mi immobilizzo: loro planano dai rami del pino e cominciano a beccare i chicchi.
“Cìo-cìo”, (grazie, molto gentile), dicono all’unisono, poi spazzolano tutto in un battibaleno e se ne vanno senza mai sporcare. Di loro rimane, a volte, un piccola piuma nera.
“Cìo-cìocicc-cicccccìooooooooo!!!!” (siamo qui, corri!), mi hanno chiamato così stamattina, con un accento più vigoroso, con una nota più intensa.
Ho afferrato la scatola del riso soffiato e sono uscita facendo un vero sforzo per andare piano: erano sette giorni che non li vedevo. Pensavo che avessero fatto una brutta fine, per la loro socievolezza unita all’alta densità di gatti nel quartiere. E invece eccoli qui.
“Cìo…cìo….”
Mi sono mossa piano piano verso il grosso vaso che ospita il mio spettacolare pino e l’ho visto. Tra i due piumati habitué della mia mensa, minuscolo e impacciato stava un cosino nero.
“Cìocìooooocìooooooooooooooooooo” (guarda qui, che meraviglia!)
E così ho saputo di essere diventata nonna anche di un merlottino.