UNA PER UNO

UNA PER UNO
babbucce

mercoledì 23 marzo 2011

FOTO RICORDO PER NIPOTINO

Dai 21 anni in avanti ho cominciato a nutrire la speranza di chiamare un cane Popper Hermes. Popper in onore del filosofo che ha scritto a chiare lettere “l’iperuranio esiste”, frase folgorante - il mondo delle idee c'è - e confortante - le idee governano il mondo -e mio personalissimo mantra. Hermes in quanto dio messaggero, protettore degli scrittori e, in particolare, dei giornalisti, velocissimo e piuttosto ardito (anche se a tratti un po' sfigato, ma ci sta).
Cane dopo cane ho tentato invano di piazzare il doppio nome, ma la mia proposta è sempre stata miseramente bocciata da coloro con cui mi toccava dividere il cane (in quanto miei coinquilini), a volte anche per motivazioni opportune e ragionevoli. Il cocker, per esempio, lo abbiamo dovuto battezzare per forza Chopin, ma non poteva essere altrimenti perchè, se qualcuno nel raggio di otto metri si attaccava a un flauto, lui istantaneamente assumeva un assetto da mezzo soprano e cominciava a emettere degli armoniosi uuuuu uuuuuu uuuuuuuuuuuuu di accompagnamento. Poi è arrivato Leopoldo, magnifico meticcio nero di 40 chili, che si sentiva un maltese bianco e si comportava di conseguenza (sospettavamo che avrebbe desiderato un fiocchetto rosso sulla testa e l'avremmo anche accontenato, se solo avesse avuto almeno un accenno di ciuffetto a cui ancorarlo, ma niente era irrimediabilmente a pelo raso). Leopoldo era già adulto quando entrò in famiglia: cambiargli il nome, per realizzare il mio sogno, sarebbe stato crudele. Poi sono arrivati i figli e con i figli  altri cani che però a quel punto spettava ai bimbi (ma chi l’aveva stabilito? Boh, è andata così) battezzare: e allora avanti, prima c’è stato un Oliver e poi un Milo.  Come gusti, circa i nomi dei cani, i miei figli e io siamo sempre stati distantissimi. Morale, a un certo punto non riuscendo ad affibbiare il nome a nessun fedele amico a quattro zampe e in carne e ossa, sono stata costretta a scrivere un romanzo, giusto per avere un cane disponibile da battezzare Popper Hermes. Essendo il cane  frutto della fantasia ed essendo mia la fantasia fruttifera, non avrei dovuto affrontare discussioni.  Specifico che non lo sto raccontando per pubblicizzare alcunché in quanto il piccolo editore del mio libro ha chiuso i battenti, nonostante anche la seconda ristampa abbia registrato l’esaurito (ma le copie distribuite, a dire il vero, erano pochine e, per amor di giustizia, va aggiunto che ho amici e colleghi molto gentili).
Il Popper Hermes che vive nel mio non più reperibile romanzo ha la stessa caratteristica di Milo, il cane che mi ha aiutato a crescere i bambini e che se ne è andato cinque anni fa a 16 anni compiuti: crede di essere un umano e detesta il genere canino. Il nome gli va a pennello e i personaggi del romanzo lo chiamano sempre per esteso, perché è un cane di carattere (come lo era l’altro, quello vero, coraggioso e instancabile e leale) e, quindi, non apprezzerebbe diminutivi o, peggio, vezzeggiativi.
Stasera ho cercato le foto di tutti i cani della mia vita: le terrò qui pronte da mostrare a Nipotino. Sono anche loro, questi cani del passato, parte della storia di questa famiglia che lo aspetta. Di Popper Hermes, che vive in un romanzo che non c’è più, gli racconterò la storia, perchè in lui ci sono tutti i cani che hanno camminato con me per un pezzetto di vita e che ora riposano nel mio cuore.     

lunedì 21 marzo 2011

INDOVINELLO E SOLUZIONE

<<Gli 80 euro meglio spesi della mia vita!>>, mi ha annunciato Figlia al telefono.
<<Cosa hai comprato????>>
<<Eh no, questo lo devi indovinare. Dai, su: tre tentativi….>>
<<UN INDIZIO, DAMMENE UNO!!!>>
<<Già fatto: 80 euro la spesa. Poi ho specificato: il migliore investimento della mia vita. Forza: tre tentativi…>>
<<Dunque: ti sei fatta le exstension…>>
<<ACQUA!!!! A ma’! ma che dici? Ho i capelli che mi arrivano al sedere…Dai ancora due…>>
<<mmmm…..dunque…80…meglio spesi….HAI CHIAMATO QUALCUNO CHE TI PULISSE I VETRI DI CASA….>>
<<ACQUA!!!! A ma’, i vetri di casa non so neanche che esistono, figurati se ci penso a farli pulirli. Dai ancora uno…>>
<<Dio mio, ce l’ho sulla punta della lingua…dai un altro indizino, indiziuccio...>>
<<Va be’, riguarda Bambino…>>
<<Bambino … Bambino … 80 euro… spesi bene…hai comprato, ci sono: la vestaglia Mu-Moo- Mu, bianca a macchie nere, da mettere in ospedale, dopo il parto. GIUSTO?>>
<<ACQUISSIMA!>>
Strano, strano che abbia sbagliato: Figlia colleziona mucche e derivati dalla nascita, una vestaglia pezzata non ce l’ha, avrei giurato che avrebbe detto “fuoco”, ergo, “centrato”.
<<Senti qui, senti bene…>>, mi dice con tono misterioso. Poi un attimo di silenzio, quindi: <<Tum tum tum tum tum tum>> 
<<Cos’è? Figlia, dimmi cos’è? Un tamburello, un paio di nacchere?>>
<<E’ il suo cuore.  Ho comprato un apparecchietto per sentirlo. Che ne dici?>>
Dico che non avrei indovinato mai.     

venerdì 18 marzo 2011

NIPOTINO MULTITASK? NO, GRAZIE

Li chiamano bambini-agenda: sono i bambini che hanno ogni singolo minuto di ogni singola giornata pieno zeppo di impegni. Sono i bambini della scuola inglese, del corso di pianoforte e di chitarra, delle lezioni di judo, degli allenamenti di calcio, delle gare di equitazione, delle “due ore al giorno massimo di Nintendo”. Sono i bambini che qualunque cosa facciano devono centrare un obiettivo, raggiungere un traguardo, produrre un risultato. Sono i superbambini, frutto dell’ossessione (diffusa a livelli endemici) del figlio perfetto. Un’ossessione misconosciuta che i genitori chiamano (in imperdonabile buona fede) “desiderio di offrire al figlio tutte le chance migliori”. I bambini perfetti, come i manager delle multinazionali, non si annoiano mai perché non ne hanno il tempo. Anche io ne avevo uno di bambino-agenda: come un folle demiurgo, anziché permettergli di crescere libero, così come la sua natura voleva prepotentemente, l’ho incatenato a una lunga serie di doveri, a volte mascherati da divertimenti (e questo, se possibile, è ancora peggio). Oggi so con estrema chiarezza che una brava mamma non deve volere un bambino perfetto, ma un bambino felice. E la felicità di un bambino dipende strettamente dalla possibilità di fare il bambino, che consiste prevalentemente nel poter disporre come meglio crede del tempo al di fuori della scuola. Nel poter trascorrere molte ore giocando o anche oziando, nel significato più proprio del termine, senza essere pressato dalle aspettative dei genitori.  Farò il possibile e anche l’impossibile per evitare di avere un nipotino multitask. Comincerò al più presto a parlare a Figlia dello slow parenting, che per gli americani riassume l’invito a  fare i genitori con tranquillità, senza esagerare in ansie, manie di perfezionismo, aspettative. Ma non solo, sta a significare anche - sì, sì lo hanno detto fior di scienziati e pare che funzioni – evitare di mettere il bambino al centro della propria vita. E basta pensarci un attimo per capire quale sgravio di responsabilità possa significare questo per il piccolo, roba da sentirsi leggeri come palloncini gonfiati a elio. Tranquillo Nipotino, vedrai che anche a te ti toccherà una vita lieve da palloncino.
p.s. Marina senza M, questo post è tutta colpa tua :-) 

giovedì 17 marzo 2011

CI VUOLE UN FISICO BESTIALE (MA CARBONI NON C'ENTRA)

Nella mia solitudine di figlia unica anni Sessanta, per non annoiarmi dovevo giocoforza aguzzare l’ingegno. Allora nessuno aveva la smania di intrattenere i bambini in ogni singolo minuto della loro esistenza, né tantomeno di riempirne i pomeriggi di impegni di ogni ordine e grado. Ai miei genitori, anche se grati al destino di aver concesso loro una figlia mentre già l’orologio biologico della fertilità stava per tirare gli ultimi fiati, non gliene fregava nulla che mi annoiassi, anzi non pensavano proprio che esistesse la possibilità di nutrire una preoccupazione del genere, quindi non  si sognavano neppure di comportarsi come animatori di un villaggio Valtur. Dopo la scuola tornavo a casa e, se le condizioni atmosferiche non  permettevano di scendere in cortile, me ne andavo in camera, nella piena certezza che fosse giusto e sacrosanto che così fosse. Nella mia stanza potevo giocare e leggere e fare i compiti, tutto a mio piacimento, nell’ordine che preferivo, senza subire né pressioni, né essere sottoposta a controlli. Ora sono quasi sicura che  era forse per questo che appena dopo mangiato (allora si usciva da scuola alle 12.30) aprivo la cartella e mi mettevo subito a farli quei benedetti compiti. Volevo togliermeli dallo stomaco: se non l’avessi fatto non sarei riuscita a godermi il pomeriggio perché se c’era una cosa che mi seccava più di tutto al mondo era l'eventualità di essere sgridata dalla maestra. Finché i compiti non erano finiti ero in balia di un vago malessere che nasceva dalla paura che accadesse qualcosa che mi avrebbe impedito di farli. Chi ha tempo non aspetti tempo: questo monito ha iniziato a perseguitarmi da piccola e ancora non mi molla (a cuccia, giù, ma niente).  
Dopo i compiti e prima della TV dei ragazzi mi piaceva leggere, ma soprattutto disegnare. Ed è intorno ai sette anni che ho iniziato il “Gioco bestiale” che, come si evince dall'aggettivo, fa subito intendere quanto fossi distante dal buonismo di quella sfigata di Pollyanna.  Il gioco era semplice ma richiedeva grande spirito di osservazione e un buon bagaglio di conoscenze specifiche: consisteva nel trovare nel vastissimo universo degli animali, comprensivo di rettili, anfibi, uccelli, mammiferi, insetti, il corrispettivo delle persone che conoscevo. Con davanti a me un album da disegno e Natura Viva (Enciclopedia sistematica del regno animale, Vallardi Editore) pensavo e ripensavo ai volti che mi erano noti (il salumiere, il pediatra, il bidello, il farmacista, la parrucchiera, la suorina che vendeva gli asabesi all’oratorio) e poi sfogliavo i grossi volumi alla ricerca del sosia quadrupede, bipede, invertebrato o con lische e pinne. Quando trovavo quello che faceva al caso mio lo copiavo usando le matite colorate poi, a opera finita,  in uno stampatello i primi anni incerto e poi via via graficamente migliore, scrivevo il nome della persona a cui il ritratto assomigliava tale e quale (o almeno così mi pareva). L’album coi disegni era un segreto. Non ho mai saputo se di nascosto da me la mia tata (al riguardo vedi post “Al telefono con Mary Poppins, del 19 febbraio) o i miei genitori o tutte e tre l’abbiano sfogliato né se in qualche modo ne fossero informati. Chissà dov’è quell’album, mi piacerebbe averlo ancora, per i ritratti e per un frammento della bambina che ero, che di sicuro c’è rimasto impigliato. Ma tant'è. Credo di aver smesso intorno ai nove anni di disegnarci sopra i miei personaggi vagamente kafkiani (le caratteristiche umane si intrecciavano, fondevano e confondevano con quelle degli animali-sosia), mentre ho continuato imperterrita in tutti questi anni a occuparmi (con la fantasia) di bestiali associazioni. E’ più forte di me, quasi un automatismo: in coda al supermercato, in coda al semaforo, in coda dal panettiere, in coda dal veterinario e ovunque non si possa leggere ma, in compenso, ci sia da annoiarsi alla grande guardo i visi della gente, poi passo in rassegna gli archivi mentali, in cui sta in bell’ordine il mio sapere etologico, e in un amen becco la somiglianza. Devo dire che negli ultimi tempi mi sono capitati un paio di pellicani. Erano anni che non ne vedevo. Poi stamattina la folgorazione. Nell'arco di tempo in cui io sono andata e tornata dal supermercato in bicicletta; ho chiuso e spedito un pezzo (alla faccia della festa nazionale); ho telefonato a Figlia per sapere come sta (male, vomita ancora parecchio); ho messo le gocce di antibiotico nelle orecchie della Signora Luisa (che ha di fisso l’otite peggio di un bambino il primo anno di asilo), Futuro Nonno Putativo si è alzato, si è fatto il caffè, ha seminato peperoni e  pomodori della sua fattoria virtuale (che.dio.facesse.andare.in.malora.tutto.il.raccolto). Dopodichè nel successivo arco di tempo in cui io ho fatto la doccia; ho lavato, asciugato e spazzolato Gino; tolto da terra un po’ di pelo col Folletto, Futuro Nonno Putativo ha cominciato a vestirsi. In questo momento non ha ancora portato a termine l’operazione (mentre io ho iniziato e concluso questo post).
HO CAPITO CHI E’ E QUEST'ULTIMO DATO (non si è ancora vestito!) CONFERMA LA SCOPERTA: un bradypus variegatus. 
p.s. magari un giorno scriverò un  libro di memorie: La mia vita con Sid    

mercoledì 16 marzo 2011

CAMBIO DI PROSPETTIVA

Al prestigioso summit dei più famosi specialisti del globo prese la parola il dottor Parsel, cardiologo. Era il 31 dicembre 1999. «Cari colleghi», iniziò il Sommo, dopo aver allontanato il personale di servizio con un cenno della mano e preteso che le porte della vasta sala venissero chiuse a chiave, «Cari colleghi, ho voluto riunirvi tutti, in questa serata così particolare, per comunicarvi l'esito degli studi che hanno impegnato me e i miei collaboratori per più di trent'anni». Un brivido di eccitazione percorse la sala, poi gli Illustri tacquero e rimasero immobili nella loro attesa di scienziati, interrogativa, sfibrante, insostenibile. Erano più di cento a soffrire e il dottor Parsel non ebbe animo di tenerli sulla corda. Risolse quindi di saltare ogni preambolo e qualsiasi discorso introduttivo e venne al dunque: «Abbiamo trovato il farmaco dell'immortalità», comunicò, «agisce direttamente sui centri vitali, cuore, midollo spinale, cervello, sistema immunitario, li preserva dal logorio, li mette al riparo da qualunque patologia, è quindi in grado di conservarli sani ed efficienti per secoli e secoli». Con il fiato sospeso i medici ascoltavano: nessuno di loro dubitava della veridicità della scoperta, e le loro menti lavoravano febbrilmente per valutarne la portata e le implicazioni. Molte mani si alzarono e, a una a una, vennero soddisfatte le domande. Sì, il farmaco miracoloso poteva essere somministrato a tutti e tutti, nessuno escluso, ne avrebbero tratto il supremo beneficio. Sì, il costo di produzione sarebbe stato relativamente contenuto per cui ogni Stato del mondo avrebbe potuto far fronte al suo acquisto per distribuirlo gratuitamente, almeno a coloro che non avrebbero potuto far fronte alla spesa di tasca propria. Restava ben poco da aggiungere, salvo gli affascinanti dettagli tecnici relativi al meccanismo d'azione della medicina. Quando mancavano cinque minuti a mezzanotte ogni curiosità era stata soddisfatta: gli Illustri e il Sommo si disposero a brindare al nuovo millennio e soprattutto all'eccelso obiettivo raggiunto. Alzando i calici si guardarono e ciascuno lesse nello sguardo degli altri il riflesso di ciò che provava lui stesso: il terrore della vita, più brutto ancora del terrore della morte, l'angoscia dei domani resi vacui dalla mancanza di una fine, la nausea di un futuro eterno, la noia per l'assenza della trasgressione, anche di una sola trasgressione, almeno un'unica volta: fumare mille sigarette, mangiare troppi grassi, fare l'amore con uno sconosciuto, correre a duecento all'ora in autostrada, fare le ore piccole sarebbero stati gesti senza rischio, azioni vuote, insipide, stanche. Senza lo  spettro della Sfida, nessuno, ne erano certi, avrebbe più assaporato la vita. E loro erano medici, scienziati, coloro che avevano in mano le sorti dell'Umanità. No, della scoperta non avrebbero fatto parola con il mondo. Né avrebbero mai osato loro stessi farne uso.

Questo racconto l’ho scritto appunto 12 anni fa, in vista del 2000: ero convinta del suo finale e avrei giurato che se quel convegno si fosse svolto davvero e che se anch’io, per una favorevole combinazione astrale ci fossi stata, avrei votato per occultare la scoperta esattamente come tutti gli scienziati presenti. Ma adesso sta per arrivare Nipotino e io, se mai il summit descritto si svolgesse e se mai mi invitassero, lotterei per avere una dose del portentoso farmaco e poi, una volta ottenuta, la metterei in cassaforte per poi regalargliela subito dopo il suo ingresso nel mondo.

















martedì 15 marzo 2011

LE STORIE INCOMPIUTE DI FIGLIA

<<Falla noiosa>>, le raccomandavo ogni sera, <<più noiosa possibile sennò non funziona>>. E Figlia, tiepida e accondiscendente nel suo pigiamino di flanella bianco a cuoricini rosa, annuiva con la testa. Ma le sue storie della buona notte che le chiedevo di raccontarmi, nella certezza (una paraculata vera) che se fosse stata lei a inventarle per me avrebbero sortito migliori risultati in termini di sviluppo della creatività, allenamento linguistico e rapida caduta nel sonno, avevano spesso quel guizzo di patos  che teneva desta la sua attenzione per un tempo troppo lungo rispetto a quello che avrei desiderato dedicare al rituale della sera.   
<<C’era una volta un pipistrello molto povero che si chiamava Rolando. Era molto povero perché…mmm perché…>>
<<Perché aveva perso tutto al casinò>> suggerivo io, pentendomene subito perché un simile spunto era senza dubbio esageratamente adrenalinico.
<<Che cos’è il casinò?>> chiedeva Figlia
<<Un posto magnifico pieno di luci e di suoni –dlin, dlin-dlin- e di voci –rienevaplu le  sciesonfe- dove tu metti dei gettoni (che si chiamano fiches e che compri coi soldi) su un tavolo con scritto 1, 2, 3, 4 fino a 36. Poi c’è una ruota piena di altrettanti numeri, da 1 a 36 più zero e doppio zero che gira. Sopra ci corre una pallina: se la pallina quando si ferma cade sul numero 24 la mamma che ci scommette sopra vince tanti gettoni…>>
<<Va be’ allora c’era una volta un pipistrello di nome Rolando che era molto povero perché…mmmm…perché aveva perso tutto quello che aveva al casinò…Mmm non ci scommetteva sopra al 24…Così un giorno decise di andare per il mondo a cercar fortuna: prese l’autobus…>>
<<Scusa ma i pipistrelli non prendono l’autobus>>, interrompevo io per la mia deformazione di cronista, che deve a tutti i costi riportare fedelmente la realtà dei fatti. Ma anche in questo caso  mi pentivo vuoi perché una discussione avrebbe distolto la bambina dal dormiveglia che prelude il sonno, vuoi perché per amor di giustizia se è vero che i pipistrelli non salgono sul tram per andare a cercar fortuna è certo che non diventano poveri perché hanno sviluppato una dipendenza da gioco d’azzardo.
<<No, dai, scusa, mi sono sbagliata, il tuo pipistrello sì, lo prende l’autobus, forza racconta…>>
Ma lei a questo punto dormiva già o faceva finta, perché da bambina aveva molto senso pratico e non amava invischiarsi in questioni in equilibrio instabile tra il paradosso, il filosofico, l’esistenziale e l’etologico.  
E così, purtroppo, una variegata serie di incipit è quanto mi rimane delle fiabe che Figlia inventava per addormentarsi, per via della sfortuna/fortuna di avere una mamma di 20 anni (e a 20 anni, come canta Guccini nella sua mitica Eskimo, si può essere felici e pieni di ideali certo, ma anche “stupidi davvero” e io corrispondevo esattamente a tutto) .
Nessuna delle fiabe di Figlia è mai stata costruita da cima a fondo o possiede un finale. Credo sarebbe un bel dono per Bambino se lei ci rimettesse mano e le completasse, per iscritto. Da parte mia non ci infilerei più becco e attenderei di leggerle con la stessa ansia con cui aspetto l’uscita della prossima antologia di racconti della Allende.    

lunedì 14 marzo 2011

SOLA SOLA

Il termine “sola” (con la “o” aperta) non c’è nel vocabolario (e qui si sta parlando del Devoto Oli) e la cosa sorprende non poco visto che di fatto rende l’idea di quello che intende esprimere come forse nessun altro del suo genere.  
Ed è esattamente come una che si è presa una strepitosa sola  (con la “o” aperta) che mi sento oggi. Tutta colpa dei luoghi comuni intorno alla figura della nonna che ho sentito e risentito fin dalla nascitataana grandissima strepitosa sola ice oggi, quasi che  tiravanongiarla diretatmente il tempo facendo torte. E che in effetti sono patrimonio condiviso, radicati come ventose nella nostra insipiente cultura e presenti perfino in alcune teorie psicoanalitiche. E’ o non è vero che certi autori di stampo younghiano sostengono che i bambini amano le tartarughe,  vere e disegnate, perché evocano i ritmi  lenti delle loro nonne?   E’ o non è vero che si è sempre sentito dire che le nonne sono signore che vivono all’insegna della saggezza, confezionando morbidi flan (per la ricetta vedi post “Lo strano caso delle voglie” del 24 gennaio)  e rinunciando alla puntata giornaliera di Sentieri e Beautiful solo in caso di fine del mondo? E’ o non è vero che insistenti voci di corridoio hanno da sempre sostenuto l’idea che le nonne sono pensionate e, come tali, non devono lavorare più come il più sfigato dei cammelli del più sventurato tra i beduini? E’ o non è vero che l’iconografia vuole che accanto alle nonne ci sia immancabilmente un gatto? Tutto vero e innegabile, neh? E invece no, signori, invece sono solo dicerie. Menzogne senza fondamento. Propaganda pura.  Altrimenti non si spiegherebbe la mia giornata di oggi, uguale a quella di ieri e a quella di domani: 11 ore secche al pc (senza peraltro recuperare il cronico ritardo che durante il sonno si trasforma nel terribile incubo della scala a pioli, caratterizzata da pioli che a mano a mano che si sale si sgretolano dietro di te). Non si spiegherebbe perché non riesco neanche  a preparare non dico un’insalata ma neppure un panino con la crema del Demonio (la Nutella) quindi mi tocca mangiarla direttamente dal barattolo. Non si spiegherebbe perché stamattina alle sei e trenta ero in giro tenendo al guinzaglio due cani che correvano al punto da indurre i pochi passanti insonnoliti a credere che stesse sfilando davanti ai loro occhi una riedizione di Ben Hur (sequenza corsa con le bighe). E alle sette e trenta ero già al desk, come dicono i miei colleghi anglofili (che dioliabbiaingloria). Sono una nonna vittima di una sola (con la “o” aperta): sono troppo giovane per andare in pensione; per pagarmi una badante che mi faccia la spesa, mi prepari da mangiare, mi porti fuori i cani; per prendermi anche un gatto (questo più che altro per via dei cani); per vedere non dico Beautiful ma almeno Sex and the city tutti i giorni. Allo stesso tempo, sono troppo vecchia per fuggire (destinazione Florida) con uno zaino in spalla; per farcela a uscire con gli amici dopo 11 ore di lavoro; per dire a Futuro Nonno Putativo di portarmi a un happy hour, un sabato sera in zona Milano da bere, per provare l’ebbrezza di mescolarmi ai quarantenni di oggi con la sindrome di Peter Pan.  Insomma, sono in bilico tra la ragazza che ero e la vecchina che diventerò. Chissà da che parte mi spingerà Nipotino, con le sue piccole mani nuove nuove.