UNA PER UNO

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babbucce

venerdì 11 marzo 2011

CONFLITTO D’INTERESSI

Lo scorso sabato grasso Futuro Nonno Putativo e io, dimentichi come ogni anno di quello che accade per le strade negli ultimi quattro giorni del carnevale, siamo usciti con Gino e la Signora Luisa (vedi post: Lo strano caso del nome sofisticato, del 13 febbraio 2011) con l’intento di farci una lunga e tranquilla passeggiata sotto il sole malato di questo inizio di marzo gelido e denso di polveri sottili.
Gino e la Signora Luisa hanno fiutato subito odor di fregatura e, infatti, dopo appena una cinquantina di passi hanno cercato in ogni modo di dissuaderci dall’andare avanti. Lui ha azionato la retromarcia, che è un optional in dotazione solo di pochissime razze, quelle da tana  come la sua, presumo, che non hanno la possibilità materiale di girarsi, per poter uscire dai cunicoli in cui l’istinto li porta a infilarsi.
Lei ha rizzato il pelo, abbassato le orecchie, infilato la coda tra le gambe e si è ammutinata. Evidentemente entrambi avevano sentito nell’aria, molto prima di noi umani, voci acute e festose. Voci che raccontavano di confusione, coriandoli, pistole ad acqua,  zucchero a velo. Voci di bambini, una categoria che incute in Gino un vero, forse ancestrale, per noi incomprensibile terrore, di cui neppure l’istruttrice Daniela, cinofila appassionata e grande esperta di psicologia canina, riesce a capacitarsi. Voci di bambini, una categoria che la Signora Luisa considera con circospezione, sperando nel meglio (avanzi di biscotto) ma pronta al peggio (coda e orecchie tirate, ditini in un occhio).
Noi, ormai storditi in generale e, in particolare, rincoglioniti con i cani, anziché invitarli a proseguire con una pedata nel sedere (almeno metaforica) abbiamo cominciato a dialogare con quella voce stucchevolmente in falsetto che è il sintomo più vistoso di un’aberrazione a cui solo i padroni di cani sanno arrivare:
<<Dai amorini, camminiamo un altro po’>>
<<Su tesoro, andiamo che poi quando torniamo ti darò l’ossettino  di pelle di bufalo (3 euro) >>
Convinti i due a proseguire grazie a ulteriori nauseanti moine su cui preferisco sorvolare, dopo altri cento metri circa abbiamo capito la ragione della resistenza: sabato grasso, sabato di mascherine. Nugoli di bambini travesti correvano sui larghi marciapiedi del centro, lanciando stelle filanti e grida di felicità.  Così abbiamo preso in braccio un Gino tramortito e abbiamo fatto dietro front, con la Signora Luisa appiccicata alle gambe che, stoicamente, accettava di continuare a camminare sulle sue zampe. Questo non ci ha impedito di buttare un veloce occhio sui travestimenti: moltissime fate e numerosi Zorro; vari cow boy e altrettante principesse, che mai e poi mai avrei immaginato usassero ancora: anche i miei figli, anche io e i due Futuri Nonni (Putativo e Bio) a Carnevale ci vestivamo così. Che commovente appurare  che i bambini sono sempre uguali, oggi come ieri. Mentre comunicavo a Futuro Nonno Putativo questa mia emozionante riflessione, per togliermi ogni slancio poetico e riportarmi bruscamente sulla terra sono scaturite quasi dal nulla una dozzina di bambine vestite da Hello Kitty, gattina intollerabile che riesce a piazzare la sua faccetta inespressiva praticamente ovunque, mo’ anche sulle torte. Credo ci manchi solo la carta igienica Hello Kitty, ché i fazzolettini ci sono già.  
Mentre rimugino sulla necessità di raccogliere firme per l’abrogazione di Hello Kitty, Futuro Nonno Putativo mi prende per la manica e mi esorta a battere in ritirata per amor di Gino.
Tornando verso casa, con entrambi i cani affranti e desiderosi solo di sentire la porta dell’appartamento chiudersi, erigendo una barriera invalicabile tra loro e il chiasso carnevalesco, ci siamo guardati e quasi contemporaneamente abbiamo detto:
<<L’anno prossimo ce l’avremo anche noi una mascherina da portare in centro. Gli (le) compreremo i coriandoli e il palloncino fatto a berretto di pulcinella….e i cani staranno a casa>>
<<Cosa hai detto per ultimo? Ah, hai parlato piano per non farti sentire….Va be’, va be’: parliamo del vestito. Lo voglio mascherare da orsetto, così anche non prende freddo. Una cuffietta marrone con le orecchie, la tutona in tinta di peluche. Sai? Ho un giornale dove ti insegnano come truccargli la faccetta. Dunque: con la matita nera gli si deve colorare la punta del naso, con quella marrone si devono disegnare i baffi….>>
<<Sì ma se Nipotino è Nipotina?>>
<<Orsetta! Orsetta rosa. Tutto uguale a orsetto, ma rosa. Per colorare la punta del naso si usa un rossetto fucsia.  Chiamo Figlia e glielo dico subito>>.
<<Va be’, puoi anche aspettare, non è urgentissimo…>>
<<No, no che poi magari mi passa di mente…Ecco, suona libero…Ciao. Figlia ho pensato per Bambino…Il vestito in maschera: da orsetto o da orsetta, sono uguali, tranne il colore…………………………………………………………………..Come?..……………..Ma .......perché
 scusa?........................................Senti, vorrà dire che ne avrà due……….Come due no? Ma per favore, non è che risolviamo la fame nel mondo se rinunciamo a uno……………………………………Ti prego, mi prometti almeno che ci PENSI?.....Sì, lo so che non è un’emergenza, comunque ci terrei a sapere…..Va be’, ciao a più tardi…..>>
Figlia che pure è piuttosto conciliante, su un punto non transige: dice che Bambino (o Bambina) il primo carnevale se lo farà vestito (vestita) da APE. Ma ape a me non piace. Già me lo/a vedo  vestito/a da orsetto marrone oppure orsetta rosa. Ma volete mettere? Ho proposto a Figlia di scendere a un compromesso: quando uscirà con me e Nonno Putativo lo/a vestiremo come dico io, quando uscirà con lei e Aspirante Genero lo/a vestiranno da ape (o da qualche altro insulso insetto). Niente da fare: Figlia ha tirato fuori varie questioni etiche che rendono immorale l’acquisto (anche solo teorico) di due costumi in maschera per un solo bambino, che oltretutto nascendo a fine agosto il prossimo carnevale avrà circa sei mesi.
<<Da orso glielo metteremo di nascosto>>, propone Futuro Nonno Putativo che da quando ha smesso di fumare e anche di mangiare è sempre a caccia di nuove trasgressioni (per l’effetto eccitante dell’adrenalina).
<<Davvero?>> chiedo speranzosa
<<Ma certo che sì. Tanto lo dici sempre che siamo rincoglioniti. Che almeno serva a qualcosa: chiederemo le circostanze attenuanti….>>





    

mercoledì 9 marzo 2011

NOMEN OMEN

Nomen omen: il nome è un presagio, dicevano gli antichi.
<<Nomen omen dicevano gli antichi>>,  preciso nel corso di una chiacchierata con  Figlia.
<<E allora?>>,  chiede lei solo per educazione, perchè in realtà niente gliene frega meno della saggezza del passato.
<<No, dicevo così, tanto per dire. Tanto per dire che ci devi pensare bene>>
<<Già fatto. Si chiamerà L…Tu ti sei trovata abbastanza bene no? Hai più mariti di Rossella O’Hara >>
<<Ehi, Signorina TuMiStufi, guarda che la fortuna in amore non si misura contando i mariti. E poi coi mariti non è un fatto di quantità, ma di qualità… Sappi comunque che il nome influenza tutto tranne il numero dei mariti…>>
<<Sicura? Secondo me una che si chiama Astolfa è segnata in partenza…>>
<<Figlia, ti prego passiamo oltre. Devi prendere in considerazione l’eventualità che abbia il pisello. Nel qual caso non puoi chiamarlo come me. Oltretutto ho uno dei pochi nomi che non hanno il maschile>>  
<<Nomi da maschio belli non ce ne è>>
<<Lorenzo! LORENZO.  Sei nata il 10 agosto ha un suo perché e poi…e poi c’è un mio nuovo amico che scrive un blog bellissimo  “Tracce di ruote”,  anche lui Lorenzo…>>
<<Non posso, il tuo Aspirante Genero non vuole perché il mio primo amore si chiamava Lorenzo…>>
<<Ah già, va be’, ma all’inizio si potrebbe specificare, precisare bene. Che ne so, quando qualcuno ci chiederà il nome di Bambino potremmo dire: Lorenzo, ma che non c’entra con quel Lorenzo Primo Amore, ma c’entra con lo scrittore-che-piace-alla-nonna-materna e col 10 agosto>>
<<Mi sembra complicato in generale e, in particolare, poco convincente per il tuo Aspirante Genero>>, replica Figlia, che di questi tempi vede difficoltà ovunque, anche dove non ce ne sono (colpa del progesterone, credo) 
<<Ma non eri una donna liberata? Ma bisogna sempre fare quello che dice Aspirante Genero?>>
<<No, non sempre, ma in questo caso sì>>
<<Benissimo. Tomaso, allora? Tomaso con una emme sola?>>
<<Mamma? Senti devo confessarti una cosa. Ti piaccia o no, Aspirante Genero vuole sceglierlo lui il nome, in caso di bambino con il pisello. Devi fartene una ragione>>
<<Non oso pensare…dai sputa il rospone…come vuole chiamare questa povera creatura col pisello?>>
<<L*E*O*N*A*R*D*O, dal longobardo: significa forte come un leone>>
Non è vero affatto che quanto mi ha comunicato Figlia stamattina mi ha indotto a svenire (sia pure con studiata lentezza) perché il nome non mi piace. Anzi, lo trovo piuttosto musicale e convincente nel significato, oltre che calzante, visto che di sicuro Nipotino sarà un tipo estremamente regale e volitivo. Il punto è che nella città dove l'intera famiglia allargata vive per solidarietà verso Futuro Nonno Bio, che qui è nato e cresciuto e morirà (mentre io no, salvo imprevisti relativi al passo fatale), praticamente tutti i nuovi nati, dall’uscita di Titanic a oggi, sono stati chiamati Leonardo. Il fenomeno è talmente eclatante e unico nel suo genere che ne hanno parlato perfino i giornali, sottolineando che non di rado chi ha già un figlio di nome Leonardo, chiama il successivo Edoardo, consolandosi così, con l'assonanza, dell'impossibilità di chiamare Leonardo anche il secondo.  
Il mio Nipotino (se mai Bambino fosse maschio) a scuola dovrà giocoforza essere chiamato per cognome, se la maestra e i compagni vorranno distinguerlo dal magma degli omonimi.
E se c’è qualcosa di vero nella convinzione antica secondo cui il nome influenza fortemente non solo il destino ma anche la personalità, non ci sarà il rischio di mettere in circolazione più che un bimbo una specie di clone?  

lunedì 7 marzo 2011

ALLIBRATORI PER NIPOTINO(A)

Dato che all’estrazione non manca tanto e dato che di svaghi in questa sonnacchiosa cittadina di provincia non ce ne sono molti, nella nostra cerchia di parenti/amici/colleghi si cimentano un po’ tutti nel TOTOSESSONIPOTINO. Questa è la spiegazione ufficiale. 
 In realtà, sono in pochi a sottrarsi all’exit poll visto che raramente ho il buon senso di astenermi dal chiedere ai miei interlocutori, non solo abituali ma anche occasionali: “Per te che cos’è?”.  
Sarei ingrata se non precisassi che tutti gli interpellati dimostrano una pazienza infinita  e che, già che ci sono,  rassegnati, scommettono.  
I più cauti puntano al massimo un caffè al banco, i più benestanti una coppa “Preludio d’autunno” (noce, marron glaces, cioccolato bianco, cioccolato nero, nocciola, doppia panna, mandorle tritate, ombrellino cinese), servita al tavolo della Gelateria-Gioielleria del centro. A seconda dell’estro e dei gusti di ciascuno,  vengono messe in palio  anche prelibatezze intermedie, come un piccolo cesto di frutti di marzapane; sei cannoncini alla crema chantilly; tre mini broches salate alla crema di pollo.  
Gli scommettitori possono essere divisi in categorie:
* quelli che affermano che si tratta di una bambina non perché possiedono il dono della preveggenza, ma solo ed esclusivamente per far piacere a me, a Figlia, a Futuro Nonno Putativo, a Futura Bisnonna, alla Snella (madre di Aspirante Genero, quindi a sua volta Futura Nonna, sia pure Paterna. Grazie a sua figlia ha già due nipotini maschi di cui in questo caso è Nonna Materna in servizio attivo).
*  quelli che dicono che è una bambina perché se si chiede a Figlia a bruciapelo: “Cos’hai fatto alle mani?” lei istintivamente si guarda le palme e non i dorsi. Pare invece che le donne incinte di un maschietto a fronte della stessa domanda gettino istintivamente gli occhi sui dorsi. A questa categoria appartiene solo la mia amica Rachele, che è anche la divulgatrice del test delle palme e dei dorsi delle mani.
* quelli che dicono che è una bambina perché Figlia ogni tanto vomita e anche loro (o, in caso di scommettitori uomini, le loro mogli/amiche/conoscenti/amanti/conviventi) quando aspettavano una bambina ogni tanto vomitavano.
* quelli che dicono che è un maschio perché Figlia ogni tanto vomita e anche loro (o, in caso di scommettitori uomini, le loro mogli/amiche/conoscenti/amanti/conviventi) quando aspettavano un maschietto ogni tanto vomitavano. (E questo sta a dimostrare come nel primo trimestre di gravidanza i disturbi gastrici vengano distribuiti in modo del tutto casuale).
* quelli che dicono che è un maschio per far piacere ad Aspirante Genero che già sogna lunghe distese di campi di calcio/basket/frisbee, piste elettroniche e Gormiti.
* quelli che dicono che è una bambina perché “lo sentono” (di questi ce ne è solo una: Futura Bisnonna)
*   quelli che dicono che è un maschio perché “lo sentono” (di questi ce ne è diversi tra cui il più rappresentativo è Futuro Nonno Putativo, che scommette a più non posso).
Io punto poco (anche se un’idea me la sono fatta e anche precisa): quasi sempre solo un caffè, mentre Futuro Nonno Putativo vola alto (addirittura  si gioca cene e pranzi). Il punto è che ho da sempre un handicap rispetto alle scommesse: non mi piace perdere, ma – e qui sorge il pesante impedimento - non mi piace neanche vincere (lo so, lo so prima o poi ne dovrò parlare con uno psicoterapeuta).  
p.s. per voi che cos'è?

domenica 6 marzo 2011

L’AZZURRO E’ UNISEX?

Figlia oggi mi ha annunciato di aver scelto la culla. Ha deciso per quella che di certo avrebbero avuto Qui Quo Qua se non fossero nati già in età scolare. E’ in vendita all’Ikea in super offerta. Figlia la vuole comprare subito, cioè molto prima del 4 di aprile, data in cui la quarta ecografia ci svelerà il sesso di Nipotino, se naturalmente avrà la compiacenza di non voltare le spalle alla sonda per tutto il tempo dell’indagine.
La ragione di questo acquisto prematuro è semplice: la promozione scade tra pochi giorni, perdindirindina (come dice Hugh Grant in Nottingh Hill e come insegnerò a Bambino che bisogna dire quando le circostanze richiedono un’imprecazione da salotto).  
Il nodo della questione è che questa culla è disponibile solo in due colori -  azzurro e rosa – e Figlia ha deciso di acquistarla azzurra, perché secondo lei andrà benissimo sia per un maschio sia per una bambina, mentre il rosa no.
Cioè, a suo insindacabile giudizio la dignità di Nipotina (se mai lo fosse) non verrebbe lesa dall’azzurro della culla, invece quella di Nipotino (se mai lo fosse) subirebbe un colpo, se questo suo primo giaciglio fosse rosa.  La sua virilità verrebbe cioè in un certo senso disconosciuta, con quel che ne potrebbe conseguire per il suo futuro equilibrio.  
<<Non sono d’accordo>>, ho detto. <<Cioè, è giusto e sacrosanto che Bambino (se mai lo fosse) non abbia una culla rosa. Ma lo è altrettanto che Bambina non abbia una culla azzurra. Secondo me stai commettendo un errore. E Bambina (se mai lo fosse) potrebbe offendersi>>
<<Le madri non sbagliano mai. L’ha detto Bollea. Anzi, ci ha intitolato un libro>>.
<<Sì, ma era PROVOCATORIO. Infatti quando leggerai questa sacra bibbia dell’educazione, troverai anche che la condicio sine qua non è l’uso del BUON SENSO>>  
<<Senti con quella somma non ci compro neanche una spesa per tre giorni al Setroviqualcunochehaprezzipiùaltisparaciinbocca>>
<<No, scusa, e dove l’hanno aperto?  Hanno risparmiato anche sul creativo, il nome è troppo lungo, non è orecchiabile. Non è immediato, e poi non ci sta sui sacchetti>>
<<Mamma? MAMMA? Ti prego, torniamo a noi>>
<<Sì, ok, va bene, scusa sai... ehm... deformaz.. ehm... profes…Senti ti piace più di tutte quella culla lì?>>
<<Sì, ma più di tutto mi piace anche il suo prezzo>>
<<Va be’, allora facciamo così: la differenza tra il prezzo promozione e il prezzo pieno te la metto io. E andremo a prenderla il 5 aprile>>
<<Va be’, ci sto, affare fatto>>
E così con poche manciate di euro ho salvato la dignità di Nipotina (se mai lo fosse).   

venerdì 4 marzo 2011

C’ERA UNA VOLTA…

Nicola M. era un omone grande e grosso, con gli occhi che tiravano al blu cobalto e mani come badili che usava con insospettabile  lievità e indiscutibile perizia. Era un ortopedico di successo, per alcune intuizioni cliniche, per la capacità di migliorare l’assetto di ossa, tendini, legamenti malconci e per i suoi modi gentili. Nicola M. teneva alla carriera quanto all’aspetto umano della professione quindi o per l’una o per l’altra ragione era sempre in ospedale. Un giorno, mentre si trovava in sala operatoria ricevette una telefonata da un collega del reparto di oncologia, dove da un paio di settimane era ricoverata sua madre. Dopo la chiamata, aveva portato a termine l’intervento cercando di allontanare il pensiero di quanto lo attendeva, poi senza neppure cambiarsi era uscito dal padiglione  “Traumatologia, ortopedia, Fisiatria” e, con addosso il camice verde, aveva attraversato correndo il lungo cortile dell'ospedale, alla volta del padiglione in cui era sua madre.
<<Mamma, mamma aspettami>>. Grande, grosso e medico, ma chiamava "mamma", la sua mamma vecchia giunta alla fine del Viaggio.
Era entrato nella stanzetta semibuia a testa alta, con gli occhi chiari asciutti e le mascelle irrigidite in un’espressione fredda e risoluta. Era un medico e da medico doveva comportarsi: lucidità, ragionevolezza, un filo di cinismo. 
Vicino a Berry, amico e collega, quasi un fratello, stava il Professore. Il Luminare, il Guru, lo Scienziato, il Grande Primario che ai convegni parlava un inglese fluido, sciorinando teorie che lasciavano la platea affascinata.  In piedi, altero, teneva tra le dita il polso fragile di sua madre, pronunciando frasi dotte a erudizione del suo codazzo di assistenti, schierati contro la parete, ossequiosi, adulanti.
Sua madre aveva aperto gli occhi, azzurrissimi e ancora vividi tra le palpebre avvizzite. L’aveva guardato  e con la mano libera dalla morsa altera del Professore gli aveva fatto cenno di avvicinarsi. Aveva obbedito, si era chinato su di lei e lei sottovoce (ma non abbastanza da impedire agli astanti di sentire) indicando il Professore gli aveva detto: <<Nicola, questo qui è un ermelo>>.
Il Professore le aveva gettato uno sguardo di regale condiscendenza, poi aveva portato l’indice di una mano alla tempia, per picchiettarla, mentre fissava Nicola. Un gesto impudico, volgare ed eloquente: Non c'è più tanto con la testa.
Nicola, ottimo medico in carriera, guardando il Sommo aveva annuito con la stessa aria di compassione fasulla. Aveva anche strizzato l'occhio: Ci siamo intesi, non c'è più tanto con la testa. Ricevuto.
Poi aveva guardato di nuovo sua madre che gli sorrideva, dicendo (e sarebbero state le sue ultime parole): <<Credimi è un ermelo>>.  Quindi aveva chiuso gli occhi e non li aveva riaperti più.
Era stato il dolore cocente di quell'istante a risvegliare la sua memoria. Si era rivisto bambino, vicino a lei bionda, bellissima e allegra. Si sentiva sempre bene quando erano insieme perché lei lo amava e lo voleva così, proprio come era. A lui piaceva farla ridere, piaceva proteggerla e un giorno per riuscire in tutte e due le cose aveva inventato per lei  un vocabolo nuovo di zecca. Era stato secoli prima: un conoscente  semi-ubriaco le aveva fatto una scenataccia per motivi futili e sua madre era stata sul punto di piangere. Allora lui, non potendo difenderla altrimenti, aveva provato a consolarla dicendo: <<Mamma, quello lì è un ermelo>>.
Lei lo aveva guardato, aveva compreso al volo ed era scoppiata a ridere. <<E' vero>>, aveva risposto di rimando, con naturalezza, come se il termine - creato in quel momento - appartenesse da secoli al vocabolario, <<E’ proprio ermelo>>.
E così nel loro linguaggio segreto, ricco di strane parole inventate e sepolte nel passato insieme ai baci e alle carezze dell'infanzia, "ermelo" era rimasto sinonimo di "persona di cui avere un po' paura, ma non troppo".
Nicola M. era un medicone grande e grosso che trascorreva quasi tutto il suo tempo in ospedale, perché amava fare carriera e  considerava i suoi pazienti una priorità assoluta. Il giorno in cui sua madre morì, perché era nell'ordine naturale delle cose che accadesse, ci mise troppo tempo a ricordare un episodio della sua infanzia. Così per molti anni dopo portò con sé il rimorso di non aver compreso che sua madre sul punto di morire, per alleviare il dolore che lui provava, aveva cercato di farlo ridere: <<Il professore è ermelo>> (una persona un po’ così, minacciosa ma neanche tanto. Io e te insieme ne possiamo ridere e la paura se ne andrà).
Non aveva capito e aveva dato retta solo al gesto vigliacco (ed eloquente) del Professore: Non c'è più tanto con la testa.
<<No, Professore>>, avrebbe dovuto dire, ma non l'aveva fatto allora e poi farlo non avrebbe avuto più senso, perché lei non c'era più. <<No professore, quello che sta dicendo mia madre, anche se ha passato gli ottanta anni, è proprio vero, lei è davvero ermelo>>. E poi avrebbe dovuto ridere, per farla contenta.

Figlia desidera una bambina. Figlia pensa che sia più facile essere mamma di una bambina. Figlia crede che per una donna avere una bambina sia il premio più ambito che possa elargire la vita. Figlia è convinta che il legame che una madre costruisce con un figlio maschio non possa mai raggiungere l’eccellenza qualitativa di quello che una madre può creare con una figlia femmina. Pregiudizi, nient’altro che pregiudizi. E per dimostrarglielo ho pensato di raccontarle meglio, con più particolari, questa storia vera di cui ho saputo quasi per caso. Poi ho deciso di metterla qui, per lei e per tutti coloro a cui piacciono le storie vere che parlano di mamme e di figli maschi.  

mercoledì 2 marzo 2011

PERSONAGGI E INTERPRETI

Alla faccia di quell’incubo ricorrente del Garante della privacy, che grazie-a-tutti-gli-dei in un blog come questo non può mettere il becco, ho pensato sia giunto il momento di fornire delucidazioni sulla mia famiglia allargata. Sono stata molto attenta a non perdermi in fase di compilazione, perché mi sono resa conto che cominciavo io stessa a confondermi.  Da brava Futura Nonna quale sono,  credo che lo schema che propongo di seguito potrà essere d’aiuto anche a Nipotino, quando finalmente arriverà.
Forse glielo appenderò sopra la culla, insieme alla casina delle api.  Al posto dei nomi, ho pensato però di mettere le foto di ciascun componente (più in basso gli stretti consanguinei).  L’idea mi è nata da un dubbio: vuoi mai che Nipotino, nonostante abbia una mente geniale chiaramente evidenziata dalle prime ecografie,  nei primi mesi di vita non sappia ancora leggere?
Ecco qui, ridotti all'osso, i principali protagonisti della saga.
Futura Nonna Biologica = io, la scrivente, mamma di Figlia e Figlio, ex nuora di Futura Bisnonna, ex moglie di Futuro Nonno Biologico, moglie in carica di Futuro Nonno Putativo. Senza fratelli biologici (al riguardo, vedi post "Corsi, ricorsi e un cassetto da sistemare" del 12 febbraio)
Futuro Nonno Biologico = papà di Figlia e Figlio, a sua volta figlio di Futura Bisnonna. Ha due fratelli maschi. Di lui alcune intraprendenti studentesse munite di bomboletta rossa su un muro hanno scritto: PROFE (nome omesso) SEI UN GRAN FIGO!
Futuro Nonno Putativo: mio secondo (e certamente ultimo, che due è già un bel numero) marito.  Ha un padre sposato con una donna della mia età e tre fratelli maschi, di cui due gemelli (eterozigoti). A nostro uso interno lo abbiamo soprannominato Animalone, per la stazza e gli occhi azzurri da mammut dell’ Era glaciale.
Figlia: nata da me e da Futuro Nonno Biologico, sta aspettando (e, a differenza di noi, non solo in senso figurato) Nipotino. Di recente ha fatto la pace con Aspirante Genero, padre di Nipotino.
Nipotino: Bambino in via di fabbricazione a cui la natura ha fatto dono di straordinarie doti, già rilevate dall’ecografo.
Aspirante Genero: papà biologico di Nipotino, ha permesso che Figlia smontasse il matrimonio 14 giorni prima che venisse celebrato.  Poi, con il supporto di quintali di rose rosse, ha convinto Figlia a fare la pace (ma di matrimonio per ora non se ne riparla).
Figlio: è il Futuro Zio di Nipotino, non ama essere tirato in ballo.
Zia Olandese: è l’ex moglie di uno dei due fratelli di Futuro Nonno Biologico. Ha il lato B più grandioso della famiglia. E' la sorella che non ho avuto.
Futura Bisnonna: è la mamma di Futuro Nonno Biologico, cioè la nonna di Figlia e Figlio (e dei loro Cugini di primo grado, 4 in tutto, dai 23 ai 10 anni di età). Indossa solo scarpe con tacco 12 centimetri. Su suggerimento delle nuore (ex e in carica) è stata più volte tentata di scendere in piazza a bruciare il visone (che costituisce l'unica zona d'ombra della sua bellissima vita).  Incurante della scorrettezza intrinseca del legame è la Suocera del Cuore mia, di Futuro Nonno Putativo e della Zia Olandese. In realtà sarebbe suocera solo dell’Ultima Fidanzata (cioè della fidanzata di suo figlio, che è il mio ex marito e il padre di Figlio e Figlia. Però questa giovane donna non è interessata a essere nuora).
Migliore Amica:  siamo un tutt’uno da 41 anni. Vive a Roma. Viene chiamata (o chiama) una volta al giorno per piangere, ridere, ricordare e, naturalmente, anche più volte al giorno in caso di dolori o gioie d’ emergenza.  Si rifiuta di farsi estirpare i baffetti con la ceretta a caldo (e questa mi è difficile da mandare giù, dato che per seconda professione faccio baffi&tarocchi, al riguardo vedi post "Lessico famigliare 2" del 28 febbraio)  

                                        

martedì 1 marzo 2011

UN PRANZO DISERTATO E BULBI DI CONSOLAZIONE

Sabato scorso Aspirante Futuro Genero (ex Mancato, ma di questo racconterò in seguito) è passato da casa mia per prendere il mio regalo per Futura Bisnonna, da cui stava andando a pranzo (Figlia, al momento di turno, lo avrebbe raggiunto direttamente laggiù). 
Alla fine di febbraio, il pranzo di Futura Bisnonna è una tradizione: così lei festeggia da sempre il suo compleanno, invitando tutti a mangiare a casa sua. E quando si dice “tutti” vuol dire nipoti nati e non ancora nati con eventuali fidanzati (in questo caso, solo se già venuti al mondo) conviventi e non; figli e nuore sia in carica sia ex (in questo caso anche accompagnate dai nuovi partner). A volte vi è pure qualche respinto (amante messo da parte o mai preso in considerazione da nipoti o figli) che, avendo accidentalmente conosciuto la sua abilità di chef e non sapendo rinunciarvi, con la scusa di questa ricorrenza invoca un posticino alla sua mensa, nella certezza di essere accolto perché se ci sono due cose che piacciono a Futura Bisnonna sono: essere apprezzata per quello che fa, ricevere tanti regali per il compleanno (e i respinti che arrivano al desco portano in dono meraviglie).
A cucinare per il Grande Pranzo di Compleanno ci pensa dunque lei, Futura Bisnonna, senza risparmiarsi: sui suoi tacchi 12 centimetri, con una sciarpa di chiffon tigrato al collo, un tubino nero che neanche la Hepburn quando va da Tiffany e i morbidi capelli vaporosamente acconciati, anche quest’anno ha messo insieme un menu da tre stelle Michelin. C’erano involtini di verze e torta di verdure, pasta al forno col pesto (ha la Liguria nel cuore per via di un grande amore, mai abbastanza rimpianto, di cui però non ricorda il nome) e arrosto di vitello al latte, salsiccia con i funghi, torta alla crema e pinoli. Io non sono andata per due ragioni: mi sarei persa Distretto di polizia che va in onda all’una su Rete 4, avrei potuto imbattermi nella Futura Nonna Putativa, anch’essa invitata (come vi ho detto “tutti” vuol dire “tutti”). In effetti, appena appena un po’ di più per la seconda ragione.
Va be’: non andando al Grande Pranzo di Compleanno di persona volevo esserci almeno con lo spirito. Per sottolineare la mia vicinanza emotiva non c’era niente di meglio che inviare un dono alla festeggiata e  per farlo non potevo che puntare tutto su Aspirante Genero (ex Mancato), unico essere al mondo che quando si tratta di farmi un favore non si smaterializza nel nulla fino a sparire dalla dimensione terrena né comincia ad accampare con voce lamentosa scuse penose e traballanti.  E’ arrivato, io sono scesa con il mio pacco per Futura Bisnonna e mentre glielo porgevo lui a sua volta mia ha dato qualcosa: un cesto viola (il mio colore preferito) pieno di crocus bianchi, narcisi gialli e muscari blu.   Da parte sua, di Figlia e di Nipotino. Così ho avuto la prova che a mentire sono una vera schiappa e che nessuno dei tre (pensa un po', neppure Nipotino) se l’era bevuta che non m’importava niente di esserci anch’io in carne e ossa (e non solo come puro spirito rappresentata da un fottuto regalo) a quel pranzo lì.