UNA PER UNO

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babbucce

lunedì 17 ottobre 2011

C’E’ STATO UN TEMPO, TANTO TEMPO FA

C’è stato un tempo in cui anch’io avevo un bimbo nuovo con un appetito da carrettiere, peluzzi biondi, un vocione privo di incrinature, anelli di ciccia, occhi dorati e un minuscolo naso.  Era il tempo del lusso e dello spreco: lontana come la luna dal terrore agghiacciante legato al motorino, ai sabato sera in discoteca e alle mille e mille trasgressioni disseminate lungo la strada di un maschio adolescente, potevo preoccuparmi per un ruttino che non arrivava, per un colpo di vento traditore (gli verrà l’otite? prenderà il raffreddore?), per qualche puntino rosso nella zona grassoccia e vellutata del sottomento, per una cucchiaiata di pappa rimasta nel piatto.
C’è stato un tempo in cui ero invincibile e onnisciente, ero oracolo, ero sapienza, ero l’universo e quanto di meglio si potesse desiderare di avere accanto. Era il tempo in cui affidavo il mio odore e la mia anima a una T-shirt consunta, che piccole mani afferravano e tenevano stretta come una reliquia fino al mio ritorno. Era il tempo dei sensi di colpa che trasformavano i sogni in incubi ricorrenti: in alto in alto intravedevo un bimbo biondo, sentivo che era mio figlio ma per averne conferma avrei dovuto raggiungerlo e per raggiungerlo dovevo servirmi di una scala di legno i cui pioli si sgretolavano prima che riuscissi ad appoggiarvi il piede.
Era il tempo del peso schiacciante e insieme esaltante di essere insostituibile. Poi all’improvviso (da un giorno all’altro mi pareva, invece erano trascorsi tanti anni) non sono stata più nulla. Meno di nulla e allo stesso tempo responsabile di qualsiasi cosa, dal minimo smacco al più atroce dei fallimenti, come stabilito dalle crudeli leggi che regolano l’accesso nell’età adulta dei figli maschi. Non può crescere davvero l’uomo che continua ad amare la madre nel modo intenso ed esclusivo dell’infanzia: così sostengono, compassionevoli, gli esperti di psicologia. Una parte di me voleva (vuole) fortemente crederci mentre l’altra, più disincantata, aveva (ha) la netta impressione che si tratti di un’ipotesi ad hoc formulata a scopo consolatorio (tipo “sposa bagnata sposa fortunata”). Ma ora c’è Nipotino che quando mi vede si illumina e fa un mezzo “gheo” di soddisfatta approvazione. Gli piaccio, lo sento e così piano piano risalgo dalle stalle alla dimensione di stelle in cui mi trovavo, senza neppure averne piena consapevolezza (questa è venuta poi, a giochi conclusi,  come sempre accade con la felicità), quando Figlio era bambino.   

5 commenti:

  1. E'molto bello e profondo ciò che hai scritto ed è estremamente bello, entusiasmante e dolce rivivere attraverso le esperienze di vita dei nostri figli le tappe più importanti della nostra esistenza, riattualizzando e trasformando attraverso gli occhi dell'esperienza e del già visto un tempo che è simultaneamente passato, presente e futuro, scoprendoci ancora,proprio come dei bambini, entusiasti della vita.
    Un bacio.
    Daniela

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  2. I nonni hanno sempre un po' di margine in più con i pargoletti. Immagino che sia una sensazione impagabile e che ripaghi degli sforzi e delle ansie passate con i figli.

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  3. Lo sai Tabata, scrivi cose che faccio fatica a leggere... Ma io credo di essere un po' particolare, sono l'unica persona che conosco che dopo la nascita di un figlio ha preferito la suocera alla madre. Adesso sono migliorata, le sento alla pari, lo step successivo sarà diventare una persona normale e preferire mia mamma ;-) Da figlia che ci mette più tempo del dovuto a tagliare il cordone ombelicale, penso che demonizzare è il lato oscuro dell'amare, e in realtà non è vero che da tutto sei diventata nulla, perché quando dai sempre la colpa di tutto a qualcuno, in realtà lo stai assimilando a Dio :-D

    Il "gheo" di Nipotino mi riempie di tenerezza

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  4. "Era il tempo del peso schiacciante e insieme esaltante di essere insostituibile."
    Quant'è vero.

    Susibita

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